FULVIA GAMBARO
Scrittrice - Narrativa Poesia Sceneggiatura
OLTRE OGNI CONFINE
Trepidando un tuo spazio che sa di roccia accesa
fusa al pianto di mille silenzi
ho ritrovato il mosaico del tuo dolce sorriso.
Culla il mio sogno
prima che il giorno muoia sul tuo volto di vetro.
Per riaverti una volta ancora
un’ultima volta ancora
Oltre ogni confine
(Fulvia Gambaro)
Stralci da... IO NON SONO
… se la vita fosse solo un’illusione e ciò che percepiamo coi sensi, elaboriamo con il pensiero soltanto il frutto virtuale di una mente superiore che ci proietta su uno scenario intimo creando e distruggendo la nostra realtà a seconda delle tensioni che la animano, o se avesse come progenitori l’inesistenza e il caso e come traguardo escatologico il nulla, avrebbe ancora senso cimentarsi con la sofferenza e assumersi il peso del dolore per vincere una fine che non sussiste? È più opportuno proseguire il nostro cammino terreno nell’illusione quotidiana dell’immortalità dando valore alla morte e quindi alla vita, o perdersi nel vuoto di una resa totale?
John dal giorno del rapimento non l’aveva più abbandonata. Quella sera, rassicurandolo, gli chiese di lasciarla sola. Messa all’angolo dalla forza invitta del destino, era stata rinchiusa per troppo tempo tra le quattro pareti della propria camera. Sentiva il bisogno di riprendere nuovamente contatto con la casa, con gli oggetti che la abitavano, ognuno dei quali, per motivi diversi, serbava un ricordo del piccolo Rupert. Il seggiolone vicino al tavolo della cucina ancora sporco del latte dell’ultima colazione, per esempio. O la fotografia del suo primo compleanno attaccata con un magnetino al frigorifero. E poi il bagnetto messo a scolare nella vasca. Il trenino di legno regalatogli da John l’ultimo Natale. Insomma, tutto recava in sé parte della sua essenza che inevitabilmente le procurava una pena infinita. Si fece coraggio e, piano, rivivendo con ognuna di quelle cose le immagini trasmesse dai ricordi, le medesime emozioni già provate, continuò a spostarsi da stanza a stanza. Giunta nel locale lavanderia, intravide, attraverso lo sportello della lavatrice, il maglioncino rosso confezionato da nonna Alba poco prima di morire. Avevano acquistato insieme la lana in un negozio di Lerwick, durante un’indimenticabile gita alle isole Shetland. Erano i primi di dicembre, e così la scelta era caduta su quel colore perché, come aveva sostenuto perentoriamente la cara Mrs Donn, un Natale senza qualcosa di rosso non sarebbe stato un vero Natale. Senza indugiare oltre aprì l’oblò di quello scrigno inaspettato. Prese il piccolo golf, se lo avvicinò al viso e ne inspirò profondamente il profumo. Aveva ancora il buon odore di animaletto selvatico che la inebriava tanto quando baciava sul collo il proprio bambino per farlo ridere, la stessa morbidezza della sua pelle. Una volta aveva letto da qualche parte che i figli sono ospiti ai quali si deve rispondere, non possedimenti di cui si è responsabili. Sciocchezze. Rupert era parte di lei, lo sentiva piangere con il proprio pianto e soffrire con il medesimo cuore che le scoppiava in petto. Dopo il funerale di sua sorella Paulina, non aveva più messo piede in una chiesa, né aveva più rivolto preghiere a chicchessia con presunti poteri superiori a un ciarlatano da baraccone. In quel momento di profonda prostrazione, sentì forte la necessità di qualcosa d’irreale, di sottile, di fiabesco che l’aiutasse a riacquistare la speranza perduta. Per fare addormentare il suo bambino, ogni sera si sedeva sulla sedia a dondolo di nonna Alba, se lo adagiava sul petto e gli cantava la Bramhs kolysanka della propria infanzia. Quella sera, Winnie de Pooh, prono sul lettino di Rupert, nascondeva la vista agli orrori del mondo. Quando lei lo prese, l’orsacchiotto ne ebbe quasi paura. Gli infilò il maglioncino rosso, gli rimboccò con cura le maniche per scoprirgli le zampette, lo strinse forte a sé e prese a cullarlo…
(Fulvia Gambaro)
TI HO GUARDATO…
Ti ho guardato scorrere tra le mie dita piuma che sfugge e s’allontana leggera impalpabile pena
nel vedermi blandire le ore
inganno di un tempo Arlecchino
dove il sorriso è un pianto di Pierrot Ultimo gioco a sfiorare il mio fianco
poi via lontano laggiù
dove il vento non porta eco
dove la danza che ti ispira
è un sabba d’inebriante follia
(Fulvia Gambaro)
AMO QUEL GUSCIO… a Roberta
Sono un albero spoglio
ma amo quel guscio
povero mio frutto lacerato
lo guardo sulla terra nuda
sorridere inerme al presente
nella farsa di un domani che languisce
e piango vellutata giovinezza
vergata da lascivo disinganno
polpa gettata ai porci
Piango il suo sangue
cibo di Caino
giù per le valli della mia pena
che monda e riluce
e viola crepe
s’insinua
si immerge nello spazio
tra stalattiti di ragione
in catacombe dimenticate
E poi respiro
respiro il dilatarsi della sua anima
come lava in un cratere di speranza
roccia
verso un futuro d’illimitati alvei
tra le fresche acque
di una consolante memoria
(Fulvia Gambaro)
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